Rafael Nadal compie 40 anni: l’impronta eterna del Re di Parigi
Per capire quanto in alto sia arrivato uno sportivo, un uomo, nella sua carriera, nella sua vita, non serve cercare in altro tra le stelle; a volte basta abbassare lo sguardo. Sul Philippe Chatrier, dove per quasi vent’anni Rafael Nadal ha corso, sofferto, vinto, dominato e ricominciato ogni volta da capo, da un anno c’è un’impronta. Un’impronta vera, lasciata sulla terra e consegnata alla memoria del Roland Garros: il piede di Rafa, il numero 14, la Coppa dei Moschettieri, il segno di una presenza che Parigi, che il Roland Garros, ha deciso di non archiviare mai. Oggi, 3 giugno, Nadal compie 40 anni. La sensazione che abbiamo addosso è che il tempo, faccia il solito scherzo di non essere mai passato, per poi, guardandoti indietro provando a ricostruire ricordi e vita, che di anni ne sono passati. E tanti. Perché sembra ieri il ragazzino mancino di Manacor, canotta e pinocchietti, braccio sinistro come una frusta e faccia da predestinato inconsapevole. Sembra ieri la prima corsa sulla terra rossa di Parigi, il primo morso alla coppa, il primo di quei pomeriggi in cui il tennis capì di avere davanti non soltanto un campione, ma un fenomeno destinato a cambiare il modo di intendere la fatica applicata allo sport. Eppure ieri non è. Di anni ne sono passati 20. Nadal entra nei quarant’anni da leggenda compiuta. Non gioca più a tennis, non calca più i campi di Bois de Boulogne, ma il Roland Garros continua a giocare con la sua memoria. Rafa è ovunque, sopratuttto in chi questo torneo lo ha organizzato e vissuto, nel ricorrersi costante di ogni primavera, Rafa è ancora lì. Nei rimbalzi alti, nelle scivolate, nei dritti carichi, negli applausi che sembrano cercarlo anche quando in campo ci sono altri, perché è il metro attraverso il quale misuriamo ogni cosa che succede su questi campi, consapevoli di una cosa: che quel record, i 14 Roland Garros vinti, sia destinato a durare come la sua impronta su quel campo che è parte di se. E viceversa. Il cortile di casa Roger Federer, che di Nadal è stato rivale, specchio, fratello sportivo e infine compagno di commozione, lo ha raccontato lo scorso anno, durante la cerimonia del suo saluto, meglio di chiunque altro: “Sulla terra sembrava di entrare nel tuo cortile di casa”. Una frase semplice, perché Parigi, per Nadal, non è mai stata soltanto una superficie favorevole, in un certo senso è stata casa. Una casa costruita punto dopo punto, granello dopo granello, con una pazienza feroce e una dedizione quasi religiosa. E poco importa se il francese non lo ha mai davvero imparato. La sua grandezza è riuscita nel miracolo del perdono transalpino. Nadal ha vinto 14 volte il Roland Garros. Quattordici. Un numero che è e resta per lo sport in generale, non solo per il tennis, qualcosa di mitologico. In totale ha conquistato 22 Slam: 14 a Parigi, 4 US Open, 2 Wimbledon, 2 Australian Open. Ha vinto l’oro olimpico in singolare a Pechino 2008, 36 Masters 1000, 92 titoli ATP in singolare. Questi numeri raccontano quanto abbia vinto, ma non spiegano davvero come. Perché il “come” di Nadal è stato il suo lascito più grande. Ha sempre avuto quella capacità di trasformare la sofferenza in uno stile identitario, la fatica in un marchio di fabbrica, riconoscibile dal grugno dei duri d’impegno, ma buoni d’animo. Mery, Toni e quella forza nata in famiglia Dentro la carriera di Nadal, però, non c’è soltanto il rumore del tennis e di tutto ciò che lo circonda. C’è anche un silenzio più domestico, più protetto, più maiorchino; quello della famiglia, rimasta sempre sullo sfondo eppure decisiva nel tenere Rafa ancorato a se stesso mentre il mondo lo trasformava in icona. Una parte fondamentale di questa storia porta il nome di Maria Francisca Perello, per tutti Mery o Xisca, compagna di una vita naturalmente diventata moglie e madre di Rafa junior e Miguel. La loro storia nasce lontano dai riflettori. Le famiglie si conoscevano già prima della loro nascita, lei aveva assistito persino alla prima comunione di Rafa quando lui aveva sei anni, ma il loro rapporto prende forma davvero nell’adolescenza, a Manacor, grazie anche a Maribel, la sorella minore di Nadal, compagna di scuola di Mery. Lui aveva 19 anni, lei 17. Rafa, in campo già feroce e determinato, nella vita privata dovette invece imparare l’arte della pazienza. Mery ha raccontato che lui la corteggiava; Nadal, con il sorriso di chi sa di aver dovuto faticare anche lì, ha ammesso che all’inizio lei non rispondeva ai messaggi con particolare entusiasmo. Poi, però, quella storia è diventata una delle radici più profonde della sua vita. Mery è rimasta accanto a Nadal senza mai cercare il centro della scena, proteggendo con lui una normalità quasi impossibile per un campione globale. È diventata direttrice della Rafa Nadal Foundation, lo ha accompagnato nei passaggi più duri della carriera e, negli ultimi anni, anche nella costruzione della famiglia: il matrimonio nel 2019, la nascita del primo figlio Rafael Jr. nell’ottobre 2022, poi quella di Miquel nell’agosto 2025. Nadal ha sempre scelto di schermare il più possibile la moglie e i figli dall’esposizione pubblica, convinto che quella riservatezza li rendesse più sereni. Nell’ultimo saluto professionale, dopo la Davis del novembre 2024, Rafa le dedicò parole semplici e definitive: “Sei stata la mia compagna di viaggio ideale per tutta la carriera”. E già pochi mesi prima, proprio al Roland Garros, le aveva detto davanti a tutti: “Sei la mia migliore compagna di vita”. Frasi che raccontano forse meglio di qualsiasi statistica un aspetto decisivo del campione: Nadal è diventato monumento senza mai smettere di cercare casa. E poi c’è Toni. Zio Toni Nadal. Il primo maestro, il primo giudice, il primo specchio severo. Se Mery ha rappresentato l’equilibrio affettivo della maturità, Toni Nadal è stato la forgia dell’infanzia e della formazione. Ha allenato Rafa da quando era bambino fino al 2017, costruendo un tesnniosta sì, ma anche un uomo, un carattere dedito al sacrificio sportivo, fosse anche quello più estremo. Lo ha educato alla fatica, alla disciplina, all’idea che il talento da solo non basti mai e che ogni privilegio debba essere meritato. Mats Wilander lo ha definito addirittura “coach del secolo”, proprio per il peso avuto nella costruzione della carriera del nipote. Toni è stato duro, a volte durissimo, ma dentro quella durezza c’era il nucleo del Nadal che poi il mondo ha conosciuto: rispetto, umiltà, nessuna scorciatoia, nessun alibi. La terra rossa di Parigi ha visto il risultato finale, ma una parte di quelle quattordici coppe nasce molto prima, sui campi di Manacor, nelle giornate in cui uno zio insegnava al nipote bambino che perdere un punto non era una tragedia, ma arrendersi poteva diventarlo. Sembra una banalità, ma fa tutta la differenza del mondo. Il rivale che ha costretto tutti a migliorare Federer ha scritto anche un’altra cosa bellissima: “Mi hai costretto a ripensare il mio gioco”. Forse è uno dei complimenti più grandi che un campione possa fare a un altro campione. Nadal non ha soltanto vinto contro gli altri: li ha obbligati a cercare una versione migliore di sé stessi. Federer cambiò racchetta, cercò nuove soluzioni, dovette rivedere schemi e certezze. Djokovic trovò in Rafa il rivale fisico e mentale più estremo, quello con cui misurare il proprio limite. Murray, Wawrinka, Del Potro, Ferrer, tutti hanno dovuto fare i conti con quella presenza. Nadal è stato un confine e un punto di riferimento. Una domanda continua posta al tennis degli altri: quanto sei disposto a soffrire? Quanto sei disposto a restare? Quanto puoi fare di più per batterlo? È anche per questo che il suo mito appartiene a chiunque abbia visto nello sport qualcosa di più del talento. E attenzione: il talento, lui, lo aveva eccome, ma lo ha sempre esaltato con il lavoro, provandolo anche a nascondere con il pudore di chi sa che comunque questa grazia ricevuta debba passare dal sudore e dalle lacrime della fatica, che arrivano sempre prima di quelle della felicità o dell’emozione. L’uomo dietro il Re A 40 anni, Rafa resta una delle figure più amate dello sport mondiale perché non ha mai smesso di sembrare umano. Anche quando vinceva tutto. Anche quando a Parigi ha sacrificato la propria integrità fisica per raggiungere gli obiettivi. Giusto? Sbagliato? Abbiamo avuto la nostra idea, ma il tutto resta assolutamente ammirevole. E poi c’è l’uomo: il ragazzo di Manacor diventato icona globale senza perdere il legame con la sua isola, con la famiglia, con il suo modo quasi antico di vivere il successo. Nadal ha attraversato l’epoca dell’esposizione permanente restando, per quanto possibile, fedele a una riservatezza che oggi sembra rara. Ha mostrato tutto in campo e pochissimo fuori. Forse anche per questo il pubblico gli ha creduto sempre. Oggi Rafael Nadal compie 40 anni e il tennis si ritrova a festeggiare una leggenda che è stata unità di misura del successo, della resistenza, della lealtà competitiva. Una misura di ciò che un atleta può lasciare dietro di sé quando il talento incontra il sacrificio e il sacrificio diventando memoria collettiva. Molto spesso capita di parlare con gli amici e chiedersi: “Ti ricordi quando…” Ecco, noi ricordiamo quei “quando” legati a Nadal e legati alle nostre vite. Perché alcuni campioni passano, vincono e se ne vanno. Nadal, invece, ha lasciato un’impronta nella vita di tutti noi e sulla terra rossa di Parigi, dove mai nessuno l’aveva lasciata così profonda. Tanti auguri, immenso Rafael: il tennis ha avuto molti re. Parigi, ne avrà uno solo. ...